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MADE IN BRITAIN (Rassegna di cinema britannico)

Evento  - Nottefiorentina.it - Il sito degli Eventi e dei locali di Firenze

Quando:
dal 13.01.2012 al 10.02.2012 19.00 h - 23.30 h
Dove:
Casa del Popolo di Settignano
Categoria:
Cineforum

Descrizione

MADE IN BRITAIN (Rassegna di cinema britannico)

DAL 13 GENNAIO AL 10 FEBBRAIO


DA VENERDÌ 13 GENNAIO A VENERDI 10 FEBBRAIO DALLE ORE 19.00 IN LOOP FINO ALL’INIZIO DEL FILM
MADE IN  BRITAIN
TITOLO
THIS IS ENGLAND 86
Un film di Shane Meadows, Tom Harper.
Con Andrew Shim, Andrew Ellis, Chanel Cresswell, Danielle Watson, George Newton.
Gran Bretagna 2010

Quattro episodi di circa 45 min.

SINOSSI

This Is England ’86 è una serie drammatica britannica in quattro episodi scritta da Shane Meadows e Jack Thorne e prodotta nel 2010 per Channel 4. In effetti This is England ’86 è il seguito di This is England, un bel film dello stesso Meadows ambientato nell’83 che dipinge la difficile crescita di un ragazzino nei quartieri poveri di una città Britannica (è girato nei sobborghi di Sheffield ma nel film l’ambientazione è volutamente vaga) fra tensione razziale, povertà , skinheads, amicizia e delusione. Anche in This Is England ’86 il protagonista è Thomas Turgoose (Shaun), ma Lol (Vicky McClure) e Woody (Joe Gilgun) hanno una parte anche più centrale di prima. Infatti, rispetto al film, nella serie l’attenzione si sposta su loro due.

La storia avviene durante i campionati mondiali di calcio dell’86, Shaun è al suo ultimo anno delle superiori e sta terminando gli esami, comprendendo che deve ormai trovare la sua strada nel mondo. I suoi amici, Woody, Lol, Smell, Gadget e Meggy, sono ancora a zonzo in cerca di lavoro, amore, realizzazione e di dare un senso alla loro vita. Lo sfondo è la devastata Inghilterra proletaria sotto il pugno di ferro della Thatcher che sta cominciando ad avere i primi deleteri effetti. Anche se la sottocultura analizzata non è più quella degli skinheads, si è virato vagamente verso i mod, con le vespe e tutto, il centro della storia gira sempre intorno ai sogni e desideri dell’Inghilterra profonda e sottoproletaria, tema carissimo a Shane Meadows.
Le riprese sono state effettuate a Sheffield e nei suoi dintorni..

CRITICA
"This Is England '86" vede i suoi protagonisti maturati di tre anni, alle prese con vicende che si fanno più personali e meno di gruppo.
Gli attori sono gli stessi, la regia pure. L'approccio è sicuramente più televisivo rispetto ai colori vintage e sgranati dell'esaltante pellicola, ma non c'è da preoccuparsi. E' cambiato sicuramente il contesto: la nazione ha assorbito lo shock della Guerra nelle Falkland, gli anni Ottanta continuano a mietere vittime e creare stereotipi (la banda di motociclisti che aggredisce Shaun è il classico esempio di stupidità condivisa). Persino due teste calde come Meggy e Bango hanno smarrito qualsiasi connotato ideologico. Restano i tatuaggi che i protagonisti si portano dietro, a testimoniare il fatto che solo determinate esperienze riescono a cambiarti nel profondo. Dopo la violenta aggressione di Combo e il gesto simbolico della croce di San Giorgio gettata in mare da Shaun, era pure lecito aspettarselo. Shaun è tornato a vestire i panni dell'imbecille che veniva deriso dai compagni, ha bisogno d'aiuto ma la pigrizia è dura da combattere. Woody vuole sposare Lol, ma quest'ultima deve fronteggiare un padre violento che torna in pianta stabile. Le scene di sesso si fanno molto più esplicite (non mancano le sequenze comiche come quelle devastanti), le bugie e i tradimenti sono all'ordine del giorno. Situazioni che adattano la trama ai connotati classici della serie televisiva.
Il tema della violenza diviene la roccaforte nella quale nascondere la propria rabbia e le proprie frustrazioni, la redenzione finale di Combo è la chiusura ideale in un processo di maturazione che coinvolge tutti i protagonisti (oltre che un incredibile gesto di umanità). Non mancano le sequenza doc: il bar gremito di hooligans incazzato per il famoso goal di mano che estromette la Nazionale inglese dal mondiale di Calcio (fondamentale al processo di contestualizzazione), il ritorno improvviso di Combo, l'infarto di Meggy, le lattine di birra abusive in ospedale. Soprattutto dialoghi che acquistano credibilità grazie ad un accento che, in assenza di sottotitoli, sarebbe impossibile da comprendere. Dialoghi che sfruttano la tecnica dell'ad-lib, ovvero la possibilità di improvvisare su copioni prestabiliti, tanto da accentuare quel carattere di veridicità che diviene sempre più intenso nello scorrere delle quattro puntate (il talento di Vicky McClure è davvero eccezionale).
A scandirne il ritmo, uno squisito spezzatino di canzoni: Housemartins, Jam, Buzzcoks, Billy Bragg, Eurythmics..





VENERDÌ 13 GENNAIO 2012
TITOLO
LONDON TO BRIGHTON
Un film di Paul Andrew Williams
con
Lorraine Stanley, Johnny Harris,
Georgia Groome, Sam Spruell, A
lexander Morton, Nathan Constance,
Claudie Blakley
Thriller,
durata 85 min.
Gran Bretagna,
2006
SINOSSI
Una madre e una figlia sono in un bagno pubblico di Londra. La prima è disperata e con un occhio nero, la seconda è truccata da donna e piange a dirotto. Questo è l’incipit di London to Brighton, il film che, insieme a This is England, è probabilmente il più clamoroso caso di Disperso inglese degli ultimi anni. Opera prima di Paul Andrew Williams, è stato inserito nelle liste dei miglior film britannici da quasi tutti i magazine specialistici (Big Issue – esagerando – l’ha addirittura definito il migliore del secolo), è un dramma crudo e realistico, quasi brutale in alcuni passaggi. La storia è quella di Joanne, una ragazzina che viene venduta dalla madre a un ricco criminale per una notte di sesso. Durante l’incontro, però, il pedofilo viene ucciso, e madre e figlia iniziano una fuga, da Londra a Brighton, come dice il titolo, inseguite dal protettore della donna. Notevoli le prove delle due attrici: la madre, Lorraine Stanley, è pressoché sconosciuta in Italia e ha recitato in un altro Disperso, Cass, mentre la figlia, Georgia Groome, ha iniziato nel mondo dello spettacolo con un reality show (Serious Amazon nel 2006), per poi rivelarsi come attrice con Angus, Thongs and Full-Frontal Snogging, film uscito lo scorso anno anche nel nostro Paese.


CRITICA
Tra la Londra del ventunesimo secolo e quella (dickensiana) del diciannovesimo non sembra sia cambiato niente, tranne la tecnologia: uomini e donne continuano a vivere vite miserabili ai margini della legalità, i bambini sono - ancora una volta - l’oggetto principe delle vessazioni, delle frustrazioni e, amoralmente, delle perversioni degli adulti. non c’è un briciolo di speranza né di amore: l’unico modo per sfuggire alla povertà è sapersi destreggiare per i vicoli umidi e popolati di feccia delle periferie, esattamente come ai tempi [ucronici] di Oliver Twist o David Copperfield. se non hai un protettore, non vai da nessuna parte. se non hai una merce di scambio, neppure: non ti rimane altro che aggrapparti a nient'altro che a te stesso (al tuo corpo) o a quell'unica mano che si protende amica. non è cambiata neppure la tonalità opaca, da tragedia incombente e onnipresente, che aleggia sopra le teste delle protagoniste, due ragazzine che non hanno mai conosciuto fortuna né serenità, sempre alle prese con gli istinti predatori di qualcuno ben più grosso, sia esso un magnaccia o, persino, un genitore. per quello che accade la redenzione non esiste e l’unica via di fuga è un taglio netto, in parole povere: bisogna disperdersi, tra la folla, nella notte, lasciarsi inghiottire e vedere come va a finire.


VENERDÌ 20 GENNAIO 2012
TITOLO
SUBMARINE
Un film di Richard Ayoade
con
Sally Hawkins, Paddy Considine,
Noah Taylor, Gemma Chan,
Yasmin Paige.
Craig Roberts
Commedia,
durata 94 min.
Gran Bretagna, USA 2010
SINOSSI
Oliver (Craig Roberts) ha 15 anni e abita nella città costiera di Swansea, al confine tra il Galles e l’Inghilterra. Vive in una famiglia della middle-class, è un po’ stralunato, ma dotato di un’intelligenza singolare, e soprattutto è innamorato di Jordana (Yasmin Paige), altrettanto stravagante ragazza, antiromantica e piccola piromane, alla quale lo legherà una storia fatta di semplici soddisfazioni, talvolta simpaticamente grottesche nella riuscita, e allo stesso tempo di piccole delusioni, frutto del fragile periodo adolescenziale. Perché la corsa disperata, ma necessaria per la crescita, verso la fatidica perdita della verginità non è il solo grattacapo per un fluorescent adolescent come Oliver. La madre infatti, un po’ depressa e in crisi amorosa con il padre, professore di biologia marina alquanto frustrato, sembra aver ritrovato lo spirito libertino di gioventù in compagnia di un mistico new-age, suo ex e vicino di casa. Ma sarà solo una piccola uscita di strada, che Oliver, tra piccoli e strampalati espedienti e silenti appostamenti notturni, riporterà presto in carreggiata, sull’onda dell’amore per la sua Jordana.

CRITICA
Quando è stato presentato in Nord America, al Festival di Toronto prima e al Sundance poi, la definizione che è circolata più di frequente riguardo a Submarine è che si trattasse di una sorta di risposta britannica al cinema di Wes Anderson. Il che non è affatto sbagliato, visto che i punti di contatto tra quest’opera prima da regista dell’attore Richard Ayoade e quanto di meglio stia producendo un certo mondo indie d’oltreoceano sono numerosi. Ma allo stesso tempo la definizione è limitativa, e non riesce a catturare il tutto. Basato su un romanzo di Joe Dunthorne, Submarine è una tradizionalissima storia di coming-of-age, dove un adolescente un po’ sfasato, e la cui percezione delle cose è perennemente fuori sync con la realtà oggettiva, si trova a confrontarsi con il primo amore, la perdita della verginità e - in parallelo - con una crisi matrimoniale dei genitori e la vera o presunta infedeltà della madre. Nonostante non ci si trovi nella New York più borghese ma in un Galles spoglio e affascinantemente desolato, la trama non presenta indubbiamente nulla di nuovo sotto il sole: compresi i rimandi più o meno espliciti a quel Salinger che per Wes Anderson è un chiaro modello. Ma l’originalità non è un obbligo a tutti i costi, specie se si dimostra di avere le capacità giuste per azzeccare toni ed equilibri, trovando in quelli una propria personalità. E sarebbe ingiusto accusare Submarine di essere totalmente derivativo. Il senso di weirdness legato ad un giovane protagonista obliquo - il cui essere “sottomarino” non gli regala solo quella invisibilità un po’ codarda che ricerca, ma anche un muoversi nel mondo presente e distaccato allo stesso tempo, perfetta esplicitazione dell’”effetto acquario” di tanto cinema indipendente che amiamo – è sempre reso con un equilibrio personale e partecipe, che ai richiami (più tematici che prettamente formali) andersoniani sposa delle esplicite dosi di quella Nouvelle Vague che, dichiaratamente, Aoyade ama in maniera particolare. Il tutto senza dimenticare un sapore british che si percepisce costante per tutto il film. E nonostante le numerose bizzarrie raccontate – tra le quali una sorta di truffaldino guru new age interpretato da Paddy Considine che ricorda quello di Jemaine Clement di Gentlemen Broncos – Submarine rimane ancorato ad un commovente senso di realtà, nel quale i tumulti emotivi e sentimentali del giovane Oliver e degli altri protagonisti risaltano senza mai essere sfacciati. Come la giovane di cui Oliver è innamorato, Submarine sembra farsi beffa del romanticismo (inteso in senso ampio), ma è solo apparenza, solo atteggiamento. Destabilizzando attraverso un uso (im)proprio delle convenzioni, delle scenografie, delle caratterizzazioni, Aoyade riafferma la bellezza del tumulto, seppur attutito dal suo essere sommerso, lo declina in maniera personale eppure universale; lavora sui dettagli di fondamentale importanza con una nonchalance che dimostra abilità non comuni, mescolando malinconia e leggerezza, ironia e dramma. E ci accompagna lungo un percorso che non poteva che concludersi di fronte ad un mare invernale dove immergere i piedi per gioco, per sfida e per amore ha un senso profondo e liberatorio.

VENERDÌ 27 GENNAIO 2012
TITOLO
BOY A
Un film di John Crowley.
con
Andrew Garfield, Peter Mullan,
Siobhan Finneran, Alfie Owen,
Victoria Brazier, Skye Bennett
Drammatico,
durata 106 min.
Gran Bretagna
2007
SINOSSI
«Non posso tornare ad essere l'altra persona, perché l'altra persona è morta.»
Boy A e Boy B sono sigle fittizie utilizzate dai giudici britannici per proteggere la privacy di due minorenni nel corso del processo a loro carico. Boy A è Eric Wilson, detenuto da quando all'età di 10 anni aveva causato insieme al coetaneo Philip Craig (Boy B) la terribile morte di una ragazzina. Giunto a 24, ha saldato il suo debito con la giustizia: sta per tornare ad essere libero, sta per ottenere la propria seconda possibilità. Affinché ciò accada, il programma di riabilitazione prevede che egli seppellisca il vecchio sé e si presenti in una nuova città con un nuovo nome ed un passato pulito. Ora si chiama Jack Burridge e la sua vita riprende da Manchester, ospite in casa di una donna ignara (alla quale è stato presentato come il proprio nipote dall'assistente sociale), come ignaro è il personale della società di consegne dove ha trovato impiego. Assunto come fattorino, ogni mattina si reca presso il deposito che ne funziona da base: qui fa subito amicizia con Chris, il collega con cui divide il lavoro, al quale racconta di esser stato dentro 3 anni perché rubava automobili "per divertimento", e qui conosce la segretaria Michelle, detta "la balena bianca" per le sue forme abbondanti.

CRITICA
Ma si può mentire per sempre? Si può sfuggire a sé stessi? E soprattutto, è plausibile, per un mondo senza pazienza né pietà, concedere una nuova opportunità ad un uomo che si è macchiato (e marchiato) di un crimine atroce, anche se l'ha fatto quando era ancora solo un bambino, anche se ha pagato il proprio debito con la giustizia ed intende ripartire da zero? Queste pesanti domande sono il fardello che Jack porta con sé quotidianamente, sono la spia di una mancanza di autostima dovuta certamente a problemi personali dalla radice profonda, ma favorita e amplificata dall'ottusità di una società ipocrita e priva di lungimiranza che tende a creare mostri per sbatterli in prima pagina e condannarli senza appello, e dall'impotenza di un'amministrazione rassegnata e succube che limita la funzione sociale e rieducativa a proclami vuoti e minati nelle fondamenta. «Il Male è diventato grande», titolano i quotidiani, che alla notizia dell'uscita di galera di Boy A si scatenano, perché il suo reato non è ancora stato perdonato né mai lo sarà, come non fu perdonato a Boy B, che in galera c'è morto, impiccato in bagno, ufficialmente suicida; e perché su Boy A ora c'è una taglia di 20,000 sterline per ottenere informazioni sulla sua nuova identità ed i suoi spostamenti. Nato come film per la tv ma poi promosso (in patria) al grande schermo fino a vincere diversi premi BAFTA, Boy A è stato scritto da Mark O'Rowe ispirandosi all'omonomo libro di Jonathan Trigell, che a sua volta ha preso spunto da una vicenda realmente accaduta. Il regista John Crowley racconta la vita del ragazzo dal momento della scarcerazione integrandola con ampi stralci dal passato, che riaffiora spesso tra i suoi pensieri i suoi sogni e i suoi incubi, ricostruendo così la sua infanzia infelice e tribolata: snobbato da un padre depresso e squalificante e da una madre malata ed assente, picchiato dai compagni di scuola e disinteressato agli studi, il piccolo Eric trova conforto nel'amicizia di Philip, un ragazzo problematico a sua volta, che sfoga con l'aggressività e la violenza il dolore per la morte del padre e la rabbia repressa per i ripetuti stupri subiti ad opera del fratello maggiore. Frammenti di memoria troppo duri da mandar giù, troppo difficili da cancellare. Quello paracadutato sul pianeta Terra 14 anni dopo il fattaccio è un giovane uomo eroso dal senso di colpa, timoroso di tutto e tutti ed irrimediabilmente immaturo, che non è mai entrato in un fast food, che non s'è mai ubriacato né tantomeno sballato, che non ha mai avuto un lavoro né toccato una ragazza, che non sa cosa sia la vita. Ma che s'è guadagnato il diritto di provarci ancora. Crowley dirige con passione e trasporto, focalizza l'attenzione sul percorso del protagonista, sulla terribile gioventù che gli ha sconvolto l'esistenza e sulle molteplici goffe ed irripetibili prime volte che caratterizzano la sua affannosa ed dolorosa ricerca di una personalità nuova fondata sulla menzogna, ma non tralascia di dare volume agli altri personaggi, e indugia sui volti con uso abbondante di camera a mano e primi piani, quasi a volerli toccare o sentire comunque vicini. Fa tenerezza la figura di questo precoce assassino, decenne sfortunato spiantato e privo di punti di riferimento nell'interpretazione trattenuta del giovane Alfie Owen e ventiquattrenne insicuro e confuso in quella emozionante di un intenso Andrew Garfield, e fa altrettanta paura quella del sadico teppista in erba suo complice, cui Taylor Doherty restituisce una raggelante anaffettività. Meritevole di menzione, oltre alla generosa Katie Lyons nella parte di Michelle, la ragazza disinibita e paziente grazie alla quale Jack scopre il sesso e l'amore, è infine Peter Mullan, impeccabile nel ruolo di Terry, assistente sociale tutore e custode unico di ogni suo segreto, tanto scrupoloso e paterno sul lavoro quanto svagato e distante nel rapporto col proprio vero figlio Zeb, lasciato a crescere in solitudine, ad affogare nella depressione, a covare odio. Boy A non fa prigionieri, è un film duro e commovente che rifugge la retorica ed il pietismo, che pone domande importanti suggerendo risposte inquietanti, che parla di un'umanità triviale utilitarista e immoralmente moralista che si erge a giudice insindacabile ed emette inappellabili sentenze di morte. E non c'è clemenza, non c'è speranza, né ci sono seconde possibilità, per chi ha ricevuto il pollice verso dall'intera opinione pubblica.

VENERDÌ 3 FEBBRAIO 2012
TITOLO
NEDS
Un film di Peter Mullan.
Con Steven Robertson, Douglas Russell,
Marcus Nash, Linda Cuthbert,
Martin Bell
Drammatico, - Gran Bretagna 2010
SINOSSI

Glasgow, primi anni 70. John McGill (Conor McCarron) è un secchioncello desideroso di imparare ed essere sempre tra i primi a scuola, ma deve anche lottare contro i bulli della scuola e contro una situazione familiare non facile. Il ragazzino è però protetto dal fratello e dalla sua gang di Neds (Non Educated Delinquents), finché anche lui non entra attivamente nel gruppo…

CRITICA

Peter Mullan è tornato, e siamo felicissimi di ritrovarlo in grande forma. Dopo l’ottimo Magdalene, Leone d’Oro a Venezia nel 2002, l’attore e regista inglese firma un altro film duro, coinvolgente, spiazzante ed emozionante, capace di divertire, sferrare pugni allo stomaco e lasciare col magone in gola.
Neds è un film fortissimo sin dalla trama, un vero romanzo di formazione al contrario in cui un giovane ragazzo che ama studiare ed ha una certa sensibilità si trova ad essere imbrigliato nella spirale di violenza che sconvolge la sua cittadina e che sembra essere l’unica “scelta” obbligata per la maggior parte dei giovani.
La descrizione di Glasgow è proprio come la si immagina in un film del genere: un posto duro in cui crescere, e in cui la vita di strada ti divora senza pietà. Un mondo in cui anche i figli dei più benestanti rischiano grosso, e magari fanno parte delle bande di Neds che tanto fanno paura a mamma, senza che lei lo sappia.
Duro e violento, Neds non manca comunque di situazioni ironiche e brillanti, soprattutto nella prima parte, dominata da un’irresistibile humour nero. Ma durante il suo sviluppo il clima non può che farsi sempre più angosciante e teso, seguendo la trasformazione del protagonista, che va al di là della semplice “conversione al lato oscuro”.
Mullan si ritaglia una parte, ovvero quella dell’inquietante padre di famiglia, che nel cuore della notte, ubriaco spolpo, chiama urlando il nome della moglie affinché scenda le scale e lo raggiunga, per picchiarla. E il rapporto padre-figlio ha una sua notevole importanza, che culmina in una scena bellissima di cui però è meglio non dire nulla.
Neds sa anche spiazzare, ad iniziare dall’uso delle musiche non originali, come in una scena di rissa tra due bande in cui viene utilizzata Cheek to cheek, accompagnate da quelle composte per l’occasione da Craig Armstrong, bellissime. E spiazza anche con alcuni trovate surreali e notevoli, tra le quali una lotta con… Gesù!
Ma la tematica principale del film, la base su cui si costruiscono storia e personaggi, è quella dell’educazione scolastica: che in Scozia all’epoca era basata solo su semplici graduatorie degli studenti, tutti divisi per classe secondo il merito (la A ovviamente è la sezione più alta). Nelle ultime sezioni ci stanno le pecore nere della società, costrette a non poter crescere mai e a restare nella loro difficile situazioni senza speranza di miglioramento.
Neds è un film lucidissimo, implacabile, che mette tanta carne al fuoco ma riesce ad uscirne vincitore. Mullan è un regista infatti che sa bene quel che vuole, sa dirigere un film, ha stile e si preoccupa delle emozioni e del clima della sua pellicola. Che nell’indimenticabile finale tocca il suo apice metaforico, con un’inquadratura che resta in mente.

VENERDÌ 10 FEBBRAIO 2012
TITOLO
TRUE NORTH

Un film di
Steve Hudson
con
Peter Mullan,
Martin Compston,
Gary Lewis
Drammatico,
durata 96 min.
Gran Bretagna, Germania, Irlanda, 2006
SINOSSI
Steve Hudson è uno dei più interessanti registi usciti dalla European Film Academy, grazie alla quale ha girato, insieme a Mike Figgis l'esperimento documentario Co/Ma. True North è il suo primo lungometraggio, e racconta una dura storia di immigrazione.
L’equipaggio di una nave di pescatori cerca di salvarsi dal fallimento trasportando illegalmente immigrati cinesi in Gran Bretagna. Senza una pesca consistente, sono sicuri di essere notati una volta arrivati in porto. I giorni passano senza che la rete venga gettata in mare, con gli immigrati cinesi rinchiusi nella stiva. Quando finalmente lo skipper prende coscienza del suo carico illegale, prende delle drastiche misure per evitare di perdere la sua adorata nave.

CRITICA
Mi chiamo Peter Mullan e il titolo provvisorio del film è "Dragnet". Il mio personaggio si chiama Riley, che è... ebbene non ne so nulla. In un certo senso lo scopriamo man mano — dove lo portano la sua mente, il suo spirito o il suo alcolismo. E’un film sui tragitti emotive e profondi e sconvolgenti dei trafficanti, perché sanno di far parte ormai dell’inumanità. E, nel film tutti i personaggi seguono ognuno il proprio percorso. In questo film, conta molto l’ambiente, cioè il mare — siamo in mezzo, sopra e in mare. E’ importante trovarsi nello spazio in cui si finge di avere un ruolo — sarebbe stato stupido girare in studio. Ci vuole una coscienza dello spazio.
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Casa del Popolo di Settignano

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Via:
Via San Romano 1
Zona:
Città:
Firenze

Descrizione

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